Chan's profile~ Chan ~PhotosBlogLists Tools Help

Blog


    April 29

    Miyuko's song - (3)

    Le giornate di pioggia sono le mie preferite. Sono le giornate in cui tutti sono occupati a guardare il cielo che piange, le giornate in cui ti senti tanto giù… E speri che non troni mai più il sole.

    Era stata una mattinata stressante. M’ero impegnata anch’io nel guardare la pioggia. Nel mentre, a differenza dei miei compagni di classe, prendevo appunti.

    Al suono della ricreazione i miei compagni s’alzarono di scatto, dirigendosi come una mandria di bestie verso il corridoio per godersi il loro meritato quarto d’ora di riposo.

    Io, con la mia inflessibile calma, presi le mie cose ed il registro e mi diressi a passi cadenzati verso l’aula della lezione successiva.

    Trovai un paio di minuti per andare al bagno. Al mio ritorno trovai una mia compagna a frugare nella mia borsa. Tirò fuori il mio portafogli, prese un paio di monete, lo richiuse e disse ad una sua amica: “Hei, Gen, mi accompagneresti alle macchinette? Ho ancora fame!”

    Se ne andarono allegramente lanciando il mio portafogli per terra.

    Non importa. Mi dissi io. Abbozzai un sorriso e rimisi tutto in ordine.

    Cominciò la lezione e le mie due compagne tornarono di corsa sgranocchiando l’ultima patatina dal pacchetto.

    “ Ad un punto sul Alfa uno, corrisponderà sicuramente un punto su Alfa due. Per trovarlo dovete tracciare sempl…”

    Il professore spiegava ma, sembrava che tutti tranne me fossero occupati in qualcosa di più bello. Qualcosa che fosse molto più degno di nota d’una stupida lezione in un giorno di pioggia.

    La custode aprì la porta, come se nulla fosse interruppe la lezione per chiamarmi fuori.

    Il professore mi fece cenno di uscire. Seguii la donna che mi porse un pacchetto di fogli da consegnare in presidenza.

    Accettai di fare la facchina senza controbattere ne sospirare o quant’altro fa una persona scocciata del compito che le è appena stato assegnato.

    Scesi le scale fingendomi un fantasma. A metà della seconda rampa cominciai a riflettere su quello che stavo facendo. Due scalini dopo me l’ero già scordata.

    Mi domando se esista un’altra persona come me, mi chiedevo. Mi domando se esiste un’altra persona che va in giro con la morte in tasca.

    Arrivata nel pianerottolo urtai l’altra metà della mia classe di ritorno dalla “pausa sigaretta”. Mentre scendevo le scale, ricevetti un paio di spallate e uno sgambetto che riuscii a schivare per miracolo ma, nonostante questo, continuai a comportarmi da fantasma e loro a trattarmi come tale.

    Ridevano, scherzavano. Non riuscivo a capire se erano solo miraggi o persone che realmente conoscevo e vivevano una vita propria e autonoma. Non capivo se respiravano di propria volontà o se aspettavano che fossi io a stringergli con forza il collo per farli smettere.

    Consegnai i fogli, feci retrofront e cominciai a salire di nuovo le tre rampe di scale che mi separavano dalla classe.

    Mentre salivo, incrociai un ragazzo che conoscevo di vista. Non c’avevo mai parlato e non conosco tutt’ora il suo nome. Però lo conoscevo di vista. Le mie compagne parlavano spesso di lui. Della sua ragazza, soprattutto. I due erano mano nella mano. Lei ridacchiava, credo, e lui sorrideva. Credo.

    Mi domando se incontrerò mai qualcuno con la morte negli occhi, mi chiesi.

    Mi domando se esiste davvero qualcuno con la morte nel cuore.

    Ritornata in classe notai che il professore aveva incominciato ad interrogare.

    Ritornata al mio posto, presi la penna per terminare di scrivere gli appunti. Non c’era la mina. Aprii una tasca nello zaino in cerca del portamine. Finite.

    Presi un lapis dall’astuccio e mi misi a scrivere.

    Smise di piovere.

    “Hem, bè, le rette si fanno da, hem, qui a qui(?) e…”

    Poteva almeno ascoltare. Pensai. Invece di ciabattare sempre e ignorarmi, poteva anche ascoltare la lezione.

    Cominciai a piovere. L’inchiostro sulla pagina cominciò a colare via, insieme alla mia pioggia.

    Piangevo. Da prima in silenzio, poi pian piano sempre più forte fino a che non mi cadde la penna di mano.

    Cessò l’interrogazione, cessò il chiacchiericcio, cessò ogni rumore intorno a me e ogni creatura finse d’essere morta per far percepire solo le urla del mio pianto.

    La mia compagna di banco si avvicinò.

    “ C…, che hai? Su, non piangere, va tutto bene. Ci sono io. Non piangere più.”

    Mi misi le mani nei capelli e, come se stessi pronunciano le parole col mio ultimo respiro, le bisbigliai: “ Non chiamarmi per nome.”

    “Come?”

    “ Sei sorda? Non chiamarmi per nome.” Dalla mia bocca usciva veleno, dai miei occhi si disperdeva il mare, nella mia testa si scatenava il caos.

    Cominciai a piangere urlando. Tremavo, senza volerlo il mio corpo si stava ribellando insieme alla mia testa. Anche loro piangevano con me.

    Dal niente cominciai a parlare, un po’ per foga un po’ per scaraventare contro quella gente le onde della mia anima.

    “ Mi dici che sei qui, ma che senso ha ignorarmi?  Perchè prendete le mie cose, i miei soldi e frugate nella mia roba senza chiedere il permesso? Perché se qualcuno mi urta e quasi m’ammazza per le scale, non mi deve chiedere scusa? Perché?! Perché devo fare io il lavoro della custode? Perché non vi potete prendere gli appunti da soli invece di rubare i miei?! Questo proprio non lo capisco!”

    Mi mancava l’aria, la testa mi scoppiava, ma le lacrime non volevano smettere di cadere.

    Senza volerlo ansimavo e tremavo, e il non poter controllare i miei movimenti mi faceva piangere ancora di più.

    Le persone intorno a me mi chiamavano e tentavano di rassicurarmi, ma io continuavo a piangere.

    Tutto quel piangere mi prosciugava l’anima, mi privava anche dell’ultimo brandello di vita che m’era rimasta in corpo. M’addormentai.

    Mi risvegliai, non so quanto tempo dopo ( forse un paio d’ore o forse un paio di giorni ), e mi ritrovai a casa mia, nel mio letto con la stanza piena di fiori e di persone che, bisbigliando scrivevano nei miei quaderni, coloravano poster e rimettevano in ordine la camera.

    Quella che era la mia compagna di banco, si accorse che avevo aperto gli occhi e mi disse:

    “ Buon giorno!”

    Con un sorriso raggiante mi aiutò a tirarmi su. Mi porse un bicchiere d’acqua dicendomi di bere.

    Come se avesse preso coraggio, un altro dei miei compagni mi disse:

    “ Come ti senti oggi?”

    Nella stanza entrò un flebile raggio di sole.

    Abbassai la testa e cominciai a piovere.

    “ Che carina, s’è commossa!” disse un’altra ragazza.

    La mia compagna di banco mi alzò il viso e m’asciugò le lacrime. Mi diede una dolce carezza sulla guancia e disse:

    “ Ora va meglio…”

    Piano s’allontanò per lasciar sorgere agli altri il mio viso provato ma senza lacrime.

    La fissai negli occhi. Fissai ognuno di loro, uno dopo l’altro li scrutai più in profondità che potei.

    Guardai il mio riflesso nel bicchiere: vidi la morte nei miei occhi.

    E, come se fosse il mio ultimo respiro, bisbigliai:

    “ Ipocrisia…”

    Lasciai che il mio sussurro riempisse la stanza, lasciai che riecheggiasse nelle pareti e che tutti quei fiori appassissero al contatto con la sua onda.

    Ipocrisia.

    Le lacrime rincominciarono a scendere, forti.

    March 04

    Chiamata d'emergenza.

    Leggimi, ti prego.
    E ancora una volta fai svanire la tempesta.
    Ti prego? Grazie.

    Non ho più sogni per te.- Miyuko's song (4.5)

    Credimi, è la verità.
    Come nelle tue poesie
    d'una frase e d'una nuvola,
    non ho più sogni
    ne la forza di sognarne altri.
    Dal grande oceano
    sono
    tornata fiume.
    Da scossa e lampo
    mi sono
    consumata ed ora, c'è solo polvere.
    Un fiume di polvere che vaga
    e scorre
    e aspetta
    e guarda.
    Non ho più sogni, per darti forza,
    amica mia.
    Non sò più scrivere.
    Non ho più l'arcobaleno.

    Senza storia.

    Senza storia, ormai
    il mio mondo.
    E decade con la sua lucentezza
    e si comprimono i suoi bagliori
    e sfuma la sua alba.
    Non ci sono più parole magiche,
    non ci sono più incantesimi sfavillanti
    di frasi e di caramelle.
    Tutto è avvolto da uno stuoino bianco
    e grigio.
     Dentro, pennelli dai manici colorati
    e le punte consumate.
    Abbiamo già dipinto, il nostro mondo
    così com'è rimane adesso
    così com'è lo troverai dopo
    così com'è.
    E ci moriai dentro.
     

    Un-Real Half (Oblivious) Dream

    C'è qualcosa che comprime i miei pensieri. Non riesco a ragionare con lucidità. Ormai, dopo averti perso, tutto scorre lento.
    Camminiamo sempre in fila per tre  e a braccietto, fregandocene altamente di quello che può pensare questa gente dalla mentalità ridotta.
    Tutto sommato, sono bei giorni, ma rimane sempre un'alone di cemento che ci schiaccia i pensieri, non ci fa respirare. E' tremendamente stressante vivere qui.
    Non solo per il tenore di vita altissimo, ma anche per le aspettative che chi hai intorno ti rivolge. Fortunatamente lavoriamo e abitiamo tutti e tre insieme. Ci sosteniamo in ogni momento della giornata... Anche se, ultimamente, ci stiamo prendendo più spazi in solitudine.
    Siamo stati fortunati. Tento sempre di rassicurarmi con questa frase. Letteralmente fuggiti dal passato, ci siamo rifugiati nel paese dei nostri sogni. Ed ora facciamo tutto ciò a cui ambivamo due o tre anni fa.  Grazie a Miyuko abbiamo trovato un buon appartamento. Lei chi ha dato lezioni di grammatica e scrittura. Non è stato affatto facile, ma nel giro di due mesi parlavamo, scrivevamo e ci comportavamo come se fossimo nati li.
    "Ah, vedi che da qui si fa prima ad arrivare? In dieci minuti siamo soto gli studi!" disse Are
    "E abbiamo anche avuto tempo di fare colazione!" gonogolò Nori
    "Ciò non toglie che siamo sempre, costantemente, in ritardo!" li ripresi io.
    Nessuno dei tre aveva voglia di lavorare quella mattina. Faceva un freddo cane, stava per nevicare e... E poi era Lunedì! Già me li vedevo, i miei colleghi, salire le scale assonnati verso i rispettivi "posti di battaglia". Uno spettacolo che vi consiglio sinceramente quando siete depressi.
    "Bè" continuò Nori avanzando a piccoli salti "Chi arriva ultimo si mangia tre onigiri con le prugne!"
    Ridendo, corremmo verso l'entrata.
    Ansimanti e carichi d'energia, ci togliemmo i cappotti avviandoci verso i camerini.
    Odio essere truccata! Ti mettono strati su strati di cipria e fondotinta. Io e Nori, ogni sera, sudiamo sette camice per togliere tutta quella roba! Per non parlare di Are... Povero ragazzo! E' l'unico momento della giornata in cui lo senti imprecare e sparare parolacce a raffica.
    Però... Ne vale veramente la pena. Entrare in quella sala colorata, i vestiti, i sorrisi dei ragazzi... Adoro ballare quelle canzoncine. E' semplicemente gratificante far sorridere qualcuno. Sapere che, se sei triste, puoi sempre ZAP! cambiare canale e ci trovi li. Sorridenti.
    Oltre a condurre Good Morning Tokyo, doppiamo anime e bazzichiamo qua e la per le case discografiche. Nel tempo libero disegnamo, ci cuciamo i nostri vestiti, e suoniamo in un pub ( oltre a tutti gli altri lavoretti saltuari che sbrighiamo a destra e a manca per la città). Non ci riconosce mai nessuno.
    Ran-Chan's Ribbon. Lo zio Ran ci fa fare di tutto.  Li facciamo i camerieri, musicisti, cassieri... Tutto. Da sempre ci siamo rifiutati di farci pagare. Quel locale stà letteralmente cadendo a pezzi. Incassato com'è tra negozi splendenti e ristoranti pieni di vita, sembra quasi il fantasma del quartiere.
    Ran, è lo zio - da parte di madre- di Miyuko. E' gay, anche se a prima vista non si direbbe affatto. E' alto e snello, con capelli scuri e occhi verdi. Veste in modo molto naturale: jeans e camicia. E' davvero un bell'uomo. Ma più di tutto un caro amico.
    E' stato Hiroshi - il fratello monore di Miyuko- a parlarcene, la prima volta.
    Ricordo che eravamo seduti ad un bar. Discutevamo su come unire i nostri strumenti... Volevamo creare una band.
    "Magari, lo zio ci potrebbe dare una mano. Con questa idea, intendo." Disse Hiroshi sorseggiando un milk shake.
    "Di che zio parli?" chiese subito Are
    "Lascia stare A-kun" li fermò Miyuko, senza alzare lo sguardo dalla rivista che stava leggendo. "Lui non va bene. Lo sai come la pensa mamma."
    "Bè, puoi sempre dire che è colpa nostra no?" dissi io addentando un biscotto " Dopo tutto, siamo noi gli stranieri!"
    Scoppiammo a ridere.
    Quando ci presentarono, la reazione di Ran-San fu decisamente inaspettata:
    "Cosa sono tutte queste formalità!" Ci gridò concitato " Non ho mica novant'anni, io! Sono giovane, bello e single! Su con la vita, Mocciosetti! Volete un posto dove suonare? Eccovelo. Dovete mettervi in coda però: ho già due band tra ratti e lanicci, che mi pregano insistenatemente per farsi assumere!"
    "Chan! Chan, ci sei?" disse una voce.
    "Uh? Si, si, scusate! Stavo ripassando le battute!"
    "Si, come no" disse Nori " Tanto lo sappiamo che pensi alla pausa pranzo!"
    Risero tutti.
     
     
    Troppo o troppo poco?
    Giusto o sbagliato?
    Non ho voglia di vivere in un sogno assurdo e nemmeno nella realtà.
    Che ne dici, ti va di scappare con me?
     
    February 18

    Ma se...

    Stavo pensando... No, anzi. Non pensavo affatto.
    January 26

    Perchè ho voglia d'Elisa e Coccole.

    Ti adoro, ragazza
    perchè sei semplice
    speciale
    e chimicamente instabile.
    Come me.
    Sei la mia piccola spugna colorata
    immersa
    nella vernice fino alla punta dei capelli.
    Sei il mio piccolo albero di mele,
    che con le sue fronde
    solletica le nuvole e
    le fa piangere dal ridere.
    Sei una coccola nel letto,
    un profumo dolce dolce
    e aspro aspro.
    Sei una favola piena di sogni.
    Sei lo scrigno dei miei sogni.
    Sei la notte sotto quel cielo,
    ad Osaka.
     
    January 12

    Promise.

    No matter what happens, I'll protect you.
     
    Non importa cosa succederà, io ti proteggerò.
     
     
    Non importa di che colore siano i tuoi capelli,
    bianchi o neri,
    saranno sempre belli.
    Non importa se sorriderai
    o piangerai
    o urlerai la tua rabbia al vento.
    Io ti proteggerò.
    Ho trovato un sorriso
    in te che avevi paura
    ed ho trovato amore
    in me che avevo freddo.
     
    Then, I whant to be the sky!
    I will istantly know where you are!
    If there someone hurting you,
    I could fly there and beat him up.
    I could protect you.
     
    Vorrei,
    tenerti sempre con me
    e
    vederti amare il sole con il profumo della lavanda.
    Una coperta, stesa
    sull'erba
    tra i fiori e sotto gli alberi.
    Questa è una promessa.
     
    Then, keep this promise.
    Keep it straight
    keep it deep
    deep
    deep
    deep
    deep...
     
    Io, ti proteggerò.
    It's a promise.
     
     
    December 23

    Hina in Japan.

    Una volta, una ragazza mi disse
     "Dimmi che stai scrivendo una poesia per me!"
    Io le risposi
     "Adesso non ne ho voglia."
     
    Ed è qui, che arriva il difficile.
    Guardiamo la vita come
    farfalle spezzate
    e
    c'inorridiamo delle oscenità
    che ci si presentano.
    Giorno per giorno.
    Giorno dopo giorno.
    E ancora,
    plick, plick, plick
    di quelle goccie
    nei nostri bicchieri pieni di ghiaccio.
    Di nuovo
    plick, plick, plick
    della pioggia che ci cade in testa
    dai cornicioni
    della nostra città
    deserta.
    Esistenze uniformi
    elettriche come gli atomi,
    volubili come il tempo
    dirette,
    forse,
    in un universo parallelo
    governato solo dai nostri sogni.
     
     
    Intanto, ascolteremo solo
    il suono dei nostri passi sotto la pioggia.
    Hina in Japan.
    December 03

    Miyuko's Song - (2)

    Ed è davvero così. D'una tristezza infinita.

    Nessuno sa come dove e quando ma tutti, e dico proprio tutti, hanno la certezza che è così. La noia ti coglie quando meno tel'aspetti.

    Smetti di respirare, smetti di sperare, smetti di sognare e smetti persino di contare i giorni che mancano a Natale.

    Ti guardi intorno e vedi soltanto desolazione e solitudine. Di quella miriade di individui che ti passano accanto, non te ne frega un bel niente. Che muoiano tutti o che vivano per altri cent'anni non fa differenza.

    La neve. Quando sono annoiata, cavolo quanto amo la neve... Rende tutto ancora più deliziosamente noioso.

    " 'Giorno."

    " Buon Giorno Miyuko-chan! Visto che bella nevicata? Forse per la pausa pranzo con Ai-chan e Neko-san andiamo a fare a palle di neve! Vieni?"

    Col cavolo. Pensai. Ma come al solito, uscirono altre parole dalle mie labbra…

    " Ma certo! Non vedo l'ora! Sarà divertente non credi Hikari?"

    " Certamente! Devo dire che questa mattina sei proprio raggiante, Miyuko! Successo qualcosa di particolare?"

    " No, no. Niente di che. Ieri mi sono comprata un portafortuna per il telefono."

    E dovresti vedere com'è carino. Non t'assomiglia per niente. Ancora.

    " E' molto carino, sai Hikari? Un pò ti assomiglia!! Hihi!" Dissi, porgendoglielo.

    " Hai ragione! Però io uno yukata così rosa non me lo metterei mai! Meglio giallo!" Rispose lei restituendomelo di tutta fretta.

    " Buon Giorno, ragazzi."

    " Buon Giorno Morioka-Sensei."

    E ognuno al proprio posto come tante marionettine.

    Che noia, matematica, algebra, storia del giappone, chimica, inglese... I test? Inutili.

    " Da oggi avrete un nuovo compagno di classe. Si chiama Noomura Takuji. Si è trasferito qui per il lavoro di suo padre."

    " Molto piacere di conoscervi. Spero che diventeremo presto amici..."

    Ptss.Mi sentii chiamare da una parte. " Che sguardo gelido... Però è carino, vero?"

    "Mhh." Risposi distrattamente.

    Uno come un'altro. Quegli occhialini da studente modello non gli donano per niente, poi.

    " Prendi posto nel banco vuoto  vicino a Fu-san, Grazie. Ora cominciamo la lezione!"

    Mpf. Che novità, proprio accanto a me. Chissà perché ogni volta che arriva un nuovo studente liberano proprio il banco accanto al mio.

    Che fortunata casualità. Ora mi toccherà presentarmi. Anche a lui. Un peso in più.

    " Piacere di conoscerti! Io sono Fu Miyuko!” Dissi con il sorriso più raggiante che avevo nel taschino. “Credo che ti troverai bene in questa classe! Ci sono un sacco di persone carine!"

    " Non importa." Disse lui, sistemando le sue cose sul banco.

    " Eh?"

    " Non importa che parli, dico. Si vede lontano un miglio che ti stai annoiando..."

    Eh?

    Rimasi a fissarlo per  un bel po’, allibita, finchè la professoressa non cominciò a spiegare –quasi urlando- il nuovo argomento. Lui rimase li, immobile. Sembrava morto. L’unica cosa che percepii in quel momento fu il suo sorriso. Si girò verso di me per un unico istante, sogghignando. Poi cominciò a fissare il vuoto ed il suo sguardo non si mosse da li per il resto della mattinata.

    Cos'era quel sorrisetto sarcastico? Vorrei tanto saperlo.

    Poi, che senso ha guardare nel vuoto? Non prende neanche appunti... Che tipo strano.

    Ah, l'ho notato ora...

    Ha gli occhi congelati.

    ~

    " Finalmente la pausa pranzo! Ho una fame! Dai, Miyuko, andiamo a prendere Neko-san e poi tutte in cortile a divertirsi!"

    " Mhhhh, io ho troppo freddo. Credo che andrò a pranzare in caffetteria."

    " Da sola? Ma che triste!"

    Sai cosa t’importa. Mi trattenni dal guardarla torva.

    " Non tanto, dai. In caffetteria c'è sempre un bel calduccio..."

    " Ok, fa come vuoi.” Disse infine con nonchalanche “Se cambi idea noi saremo nel cortile a divertirci!"

    ‘Sta volta me ne starò tranquilla. Lontana dalle chiacchiere. Lontana anche da una broncopolmonite, se è per questo.

    Chissà cos'avrò oggi per pranzo. Aprii l’obento e… Sorpresa! Riso al curry e una mela. Come ogni venerdì. Veramente patetico.

    Presi una cucchiaiata di riso. Chissà perchè oggi la caffetteria è così vuota. Di solito non c'è spazio neanche per uno spillo...  Mi guardai attentamente intorno. Dopo poco arrivai alla conclusione definitiva. “Ah, già” Sussurrai.

    “Fuori nevica…”

    L'intera scuola sarà in cortile a riempirsi di ghiaccio dalla testa ai piedi. Che cosa patetica.

    Non vedo l'ora di tornarmene a casa.

    Finito il pranzo, gettai gli avanzi nel cassonetto e mi avviai verso la classe. Nei corridoi non c’era nessuno. Nessuno.

    E' la prima volta che vedo i corridoi così vuoti. Mi sorpresi nel vedere quei cunicoli così splendenti. Non avevo mai notato neppure le scarpate di neve sul pavimento... Scarpate di neve?

    Cos’avrei dovuto fare? La cosa più ovvia. E vada per la monotonia. Va bene. Davvero, va bene così.

    Anche se arriverò tardi a lezione non importa. Mi dissi. Tutto pur di non sorbirmi un'altra ora di quella donna pateticamente melensa.

    Seguii le orme fino ad una rampa di scale. Scale.

    Perchè delle scarpate di neve se ne vanno su e giù per le scale? Ah, no, solo su. Ah, poi dentro le scarpe ci sono i piedi e sopra i piedi una persona.

    Ma che idiota che sono.

    Inclinai la testa da un lato, sospirai, e ripresi a salire.

    Brrr, cavolo che freddo! Più salgo su, più fa freddo! Qualche idiota deve aver lasciato aperta la porta del terrazzo... Appunto.

    Mi affacciai leggermente per poter vedere quale pazzo se ne poteva stare fuori sotto la neve. Noomura-kun? Che ci fa qui, senza cappotto?

    Se ne stava seduto per terra, appoggiato al muro, fissando morbosamente il cielo e la neve che gli cadeva sul naso.

    " Perchè non vieni qui?" Disse continuando a fissare il cielo.

    " Eh?"

    " Non sta bene spiare le persone, sai?"

    " Non stavo spiando..." Risposi scocciata.

    " Heeeh..." Sospirò lui. " Non credi sia buffa la neve?” Disse. “Anche se sto seduto qui per terra e la guardo ricoprire tutto il paesaggio con il suo candido velo, non mi fa effetto. E neanche freddo. Solo stupida ed insignificante noia. Deliziosamente noioso, non credi?"

    " Come?"

    " O forse dovrei dire che sono buffo io? Già già."

    Piano paino si alzò da terra, raschiò via la neve che gli era rimasta appiccicata sui pantaloni della divisa e si incamminò verso di me. Beh, non proprio verso di me, ma bensì verso la porta.

    La richiuse senza far rumore, mi diede una leggera pacca sulla testa e disse “ Ci vediamo in classe, ragazza annoiata.”

    Rimasi immobile.

    Lui, a metà scale si voltò verso di me e soffiò. E quel suo respiro freddo, con l’aria calda dell’ambiente, condensò formando una piccola nuvoletta di vapore.

    Appena fu svanita, sorrise e riprese a scendere le scale fischiettando allegramente.

    Non so quanto rimasi a fissare quegli scalini, ma mi sembrò un’eternità. Dopo, fu come svegliarsi all’improvviso da uno strano incubo nel cuore della notte. Un’incredibile rabbia s’impossessò di me e del mio corpo.

    Mi catapultai giù per le scale.

    Chi era lui, per rivolgersi a me in quel modo? Che ne sapeva lui di me? Che ne sapeva lui della mia noia?

    Mi vennero le lacrime agli occhi e dovetti faticare un bel po’ per ricacciarle dentro.

    Spalancai la porta della classe, ansimante.

    “ Fu-san, dove sei stata? La lezione è cominciata già da venti minuti buoni!”

    La ignorai.

    Mi gettai ancora ansante verso il mio banco, dando un calcio a quello di Takuji. Arraffai la mia roba e uscii veloce di classe. Mi sentivo esplodere.

    Indossai cappotto, cappello, guanti e sciarpa senza fare bene caso a come li mettevo. Uscii di scuola quasi correndo.

    In meno di dieci minuti mi ritrovai davanti la porta di casa.

    Un biglietto.

    “ Ciao tesoro, la mamma starà fuori per un paio di giorni. Tu fai la brava e completa l’elenco di faccende che ti ho lasciato sul tavolo della cucina. In credenza e nel frigo c’è qualcosina. Fattela bastare finchè non torno!

    Baci, Mamma”.

    Fantastico. Veramente fantastico. ‘Sta volta un paio di giorni quanto dureranno?

    Aprii la porta e la richiusi sbattendo.

    Scaraventai il cappotto per terra, noncurante della neve che lo impregnava, e mi gettai sul divano.

    Tre giorni, pensai.

    Non è da tutti recuperare la sanità mentale in tre giorni. Poi, recuperare è un parolone. Diciamo buttar giù il rospo, eh.

    Ritornai a scuola dopo tre giorni, con i compiti già fatti.

    Appena aprii la porta della classe, calò il silenzio. Gli altri mi fissavano, mentre le loro teste mi mandavano continui messaggi telepatici. Pazza.

    Nemmeno Hikari si avvicinò quella mattina. Erano tutti tremendamente agitati dalla mia presenza.

    Solo Takuji mi guardava, sorridendo.

    “ Ben tornata ragazza annoiata!” Sfoderò un sorriso sfavillante.

    “ Cosa vuoi?” Risposi gelida.

    Lui tacque, continuando a sorridere. Dopo poco mi stancai di quella sua faccia da ebete e, sospirando, cominciai a sistemare il necessario per la lezione.

    Quella mattina, nessuno mi parlò. Ne gli alunni ne gli insegnanti. Ero diventata quello che tanto desideravo: un fantasma.

    Volevo vivere la mia noia da sola, senza le stupide interruzioni e intersezioni delle vite altrui.

    Ero sola, con la mia noia e, per la prima volta, con la mia rabbia.

    Per la pausa pranzo mi dileguai. Dove sarei potuta andare, per compiere il mio destino di fantasma?

    Il terrazzo certo. Niente mi appariva più ovvio.

    La neve. Finalmente avevo trovato un uso appropriato per quel abominio della natura. Sarebbe sembrato tutto un incidente.

    Si, pensai, diventerò un tutt’uno con la mia noia. Non mi ero mai sentita così eccitata e piena di vita.

    L’idea del buio, l’idea di non dover più sopportare tutte quelle persone mi allettava. Mi allettava da morire.

    A passo lento mi avvicinai al cornicione. Un candido velo di neve ricopriva tutto il pavimento. Sentivo il ghiaccio sotto i miei piedi scricchiolare. C’era da rompersi l’osso del collo, la su.

    Arrivai sul bordo grigio di metallo. Le punte delle mie scarpe sporgevano di pochi centimetri sul vuoto, ma già assaporavo l’ebrezza dello schianto.

    Aprii le braccia…

    “ Io voglio te.”

    “ Eh?” Mi girai piano.

    Takuji.

    “ Non fraintendermi, non in quel senso. Io voglio semplicemente la tua anima, la tua noia. Le desidero ardentemente.”

    “ CHI SEI TU?!” gridai. “ DIMMI CHI SEI!”

    “ Piacere, mi chiamo Noomura Takuji e mi sono trasferito da poco in questa scuola.” Rispose lui con una calma quasi surreale. Sempre sorridendo, s’intende.

    “ Non scherzare.” Sussurrai. “ COSA V…” Scivolai.

    Nel tentativo di spostarmi in avanti, scivolai. Cavolo quanto odio in ghiaccio. Si, sicuramente di più che la neve.

    Tutto nero e poi… Tutto… Bianco.

    Fantasticamente e dolcemente bianco. Ansimavo a faccia in giù su un leggero strato di ghiaccio e neve, sul terrazzo della scuola.

    Accanto a me, Takuji anche lui ansante per lo spavento.

    “ Grazie” Mormorai “ Grazie per avermi salvato la vita. Grazie.”

    Mi rigirai a pancia in su sulla neve. Il mio corpo ricadde sul pavimento con un sonoro stonf.

    “ No, grazie a te.” Rispose lui tra un respiro e l’altro “ Grazie per avermi permesso di salvartela.”

    Cominciammo a ridere come due scemi, distesi per terra con la neve che ci bagnava i vestiti.

    “ Miyuko… Posso chiamarti Miyuko?”

    “ Si, fa pure.” Non avevo voglia di seguire i convenevoli.

    “ Miyuko, hai mai osservato attentamente il cielo?” Mi chiese lui, spostando lo sguardo da me alla sconfinata cappa di nubi bianche che ci sovrastava.

    “ No” Risposi con tutta la sincerità che avevo in corpo. “ Non l’ho mai considerato importante.”

    “ Dovresti farlo, ogni tanto sai?”

    Riprendemmo a ridere. Era veramente bello starsene li sdraiati per terra, con la neve che continuava a cadere e che pian piano avrebbe congelato i nostri corpi attaccandosi fin dentro le ossa.

    “ Miyuko…”

    “ Eh…”

    “ Guarda il cielo.”

    “ Si, e allora?”

    “ Ha smesso di nevicare.”

     

     

     

     

     

     

    November 09

    Miyuko's Song - (1)

    Ti giuro, non credevo potesse capitare così... Ora... Così presto.
    Sembra ieri, solo ieri eravamo seduti sull'argine e ridevamo.
    "Miyuko! Raccontami com'è il Giappone!"
    "Ma te ne parlo sempre! E smettila di chiamarmi Miyuko, chiamami con il mio vero nome! Così è imbarazzante!"
    "Yuji? Ma fa tanto caramella gommosa! Non è per niente figo!"
    "Ca-caramella gommosa?! Certo che ne hai di fantasia! Sei tutta pazza tu..."
    "HiHi! Però, daiii, raccontami com'è il Giappone!!!"
    "E va bene. Il Giappone è..."
    Bello, Triste, Colorato, Rumoroso, A-wa-re... Emozionante. E poi? Cosa te ne sei fatta di tutte queste parole? Non sono servite a salvarti. E nemmeno loro si sono salvate. Non sò davvero come descriverlo, ieri. Avrei così tante cose da dire, parlare di quanto ti amavo. Di quanto ti amo. Fa male piccola mia.
    Non avrei mai pensato di provare un dolore così forte. Credevo di essere forte. Io, il tuo Yuji, la tua caramella gommosa. Credevo di essere forte. Ho sempre tentato di non essere scosì schifosamente mieloso, ed ora sono esploso. Mi manchi cavolo. Mi manchi da morire. Mi mancha quella tua risata scomposta, quel tuo agitare le mani in aria mentre parli, tutta presa, delle tue cose. Ed ora? Cos'è rimasto? Un guscio vuoto dallo sguardo languido.
    No, no, no. Lo sò che è colpa mia, lo sò. Ti ho sempre lasciata in balia del vento, ti ho sempre considerata più forte di me. Non eri forte, e me ne rendo conto solo ora. Solo ora capisco che non giocavi. Non hai mai scherzato con me, sei sempre stata maledettamente seria, tu.
    Ricordo quando squillò il telefono all'una di notte. Era l'una di notte del nostro quinto mese, lo ricordo bene.
    "Pronto...?" Risposi io assonnato.
    "Amore..." Avevi la voce pesante, come chi ha appena smesso di piangere affannosamente.
    "More, che c'è? E' l'una... Stavo dormendo...!"
    Cambiando totalmente tono rispondesti con una risata agghiacciante.
    "Hihi, hai ragione. Scusami. E' che..." Tornò il tono triste che avevi prima.
    "E' successo qualcosa?"
    "No. E' che... Sono stanca."
    Sussultai.
    "Come sei stanca? Di... Di..."
    Sospirai, tentando di raccogliere le parole. Dio mio quanta paura avevo nel pronunciarle!
    "Sei stanca di n-noi?" Cercando di assumere un tono tranquillo.
    "Cosa?! Ma sei scemo?" Rispondesti tu, agitatissima.
    "Come hai potuto solo pensare una cosa simile?! Dovrei offendermi per questo! Ma non lo farò, hihi."
    "Pfiui, meno male. Allora, se non è questo, cos'è?"
    "No, niente di che... E' solo che..."
    "Su, dimmi, per favore. Sennò non riesco più a prendere sonno!"
    "E' che, voglio morire."
    "EH?! Ma che dici? Stai scherzando vero?" Non capivo.
    Sospirasti pesantemente.
    "Si amore. Scherzavo. Scusa se ti ho turbato il sonno, hihi!"
    La voce tranquilla riesce molto meglio a te, non è vero?
    Se solo non avessi visto! Se solo non ci fossi stato io dall'altra parte! Avrei preferito darti buca, quel giorno. Sarebbe stato un quinto-mese-in-ritardo perfetto.
    Dall'altra parte della strada mi salutavi, agitando la mano come sempre. Ero così felice! Finalmente avrei visto i tuoi eh? Dici, tanto li hai visti lostesso.
    Si li ho visti. E, in che bellissima occasione.
    Poi, mentre sorridevi radiosaesplendente, è arrivato lui. Quel pazzo schifoso, lurido bastardo. Chissà a quanto andava con quell'odiosa, sudicia automobile.
    In meno di un secondo bum, ti ha presa in pieno facendoti fare un volo sull'asfalto.
    Non curante delle altre macchine, mi sono gettato in strada. In mezzo al tuo sangue.
    Poi è arrivata l'ambulaza, d'urgenza in ospedale e tutta la notte a lottare tra la vita e la morte.
    Adesso, cazzo, adesso sei viva? Ti senti viva così o non ti senti proprio?
    Davanti alla tua porta bianca, nella tua stanza diventata bianca e spoglia, non riesco ad entrarci.
    Li, proprio li dove abbiamo fatto l'amore la prima volta, in mezzo a tutte quelle candele. Le foto, i cuscini e le tende tutte colorate...
    Non riesco ad entrare. No. Non con te che rispondi al mio "Buon giorno Amore!" dicendo "Ciao, tu chi sei?", aspetti solo un secondo e poi ritorni a guardare un punto infinito fuori dalla finestra. Quel tuo sorriso e quello sguardo vuoto... No, non li reggo più.
    Oggi sono otto mesi, amore. Oggi, ti prego, ricordati. Risvegliati. Stappati dal braccio quella flebo di liquido verdastro e corrimi incontro.
    Cazzo sorridimi, parlami, ascoltami, amami. Non reggo più senza te. Perchè così, è come se non ci fossi.
    E sono ancora qui, davanti alla tua porta bianca con otto rose rosse. Otto rose rosse e cinque mesi di ricordi e 5760 ore d'emozioni belle e brutte e 5184000 secondi di lacrime.
    Ma... Ti amo. Da morire. Ora non mancherò più, sarò qui quando ti ricorderai. Sarò qui quando rincomincerai a vivere. Vivremo insieme. Ti farò felice, vedrai. Sarò solo tuo e non ti lascerò mai. Giuro. Ma adesso... Basta ricordi! E' arrivato il momento di darti le mie rose, amore. Buon mesiversario!
    Adesso... Adesso apro la tua porta bianca.
    Adesso entro nella tua stanza.
    "Ciao, tu chi sei?"
     
     
     
     
     
    Ci sei tu ci sei tu ci sei tu ci sei tu
     ti amo ti amo ti amo ti amo,
     non ti lascio sono qui
     svegliati
     sono qui
     non ti lascio.
    Ti amo, solo io.
    Ora dopo prima
    sempre.
     
     
    October 23

    Photographs~

    Cosa faresti, per il brivido d'un bacio?
    Moriresti per me?
    Torniamo a casa adesso!
     
    Raccontami, che senso hanno avuto tutte quelle...
    Quelle.
    Cosa ti hanno dato in più?
    Ora che le porti sempre con te, raccontami s'è come speravi.
    Non saranno certo i versi strappalacrime d'una poesia a renderti diversa.
    Raccontami.
    Di quello che hai visto, cosa ricordi?
     
    Prendi fiato e...
    Photographs!
    Photographs on my skin
    Photographs in my soul
    Photographs, are my eyes!
     
    C'è qualcosa che ci manca.
    C'è qualcuno che abbiamo lasciato indietro.
    Dov'è rimasta la nostra borsa di giornali?
    Si sarà sciolta sotto la pioggia.
    Raccontami.
    Di quello che è stato cosa ricordi.
     
    C'hanno chiusi sotto una cappa di nebbia dal pavimento macchiato di sangue.
    C'hanno resi cechi e sordi per le troppe luci e i troppi rumori.
    Abbiamo perso di vista la nostra notte.
     
    Quella notte che, non è mai esistita.
    Solo nelle tue speranze
    Solo nei tuoi sogni
    Solo tuoi. E di nessun'altro.
    Saresti rimasto anche tu, se non t'avessero fermato.
    Se non t'avessero incatenato.
    Più giù della rena
    Più giù della sabbia
    Più giù del mare.
    Perchè è li, che vanno le persone a cui manca qualcosa.
    A te, mancava il futuro.
     
    Raccontami.
    Di quello che sarà, a che cosa pensi?
    Non c'è risposta per il futuro.
    Possiamo solo, scriverlo.
    Possiamo solo, lasciarci dietro qualcosa.
     
    Photographs.
    Remember of life, vanished soul.
     
     
     
     
     
     
    October 22

    Gone. -Fino a cervello da destinarsi-

    Stà cambiando.
    Ora, ci sfugge dalle mani e corre veloce verso il nulla.
    E' scomparso il nostro orizzonte, non lo vedo più.
    Se apro la finestra c'è solo nebbia.
    Tanta, spessa e densa nebbia.
    Sotto braccio, una borsa di carta.
    Una borsa fatta di giornali e fotografie.
    Quando piove, pian piano, si rompe.
    Comincia a trasparire l'interno.
    Si formano grandi buchi, è diventata un colabrodo.
    Cola via, il nostro sangue rinchiuso in questa borsa di ricordi.
    'Sta sera, non ho proprio voglia d'amore.
    'Sta sera, vorrei rispolverare il mio vecchio angolino; appoggiarmi al muro e dondolare.
    Dal cielo, cadono, come neve.
    Sono sporche di dolore, quelle carte.
    Ci han oscurato gli occhi a tal punto, da farci perdere la cognizione del tempo.
    Ora, passeranno gli anni come i secondi.
    Passerà la felicità come la noia, la tristezza o qualunque cosa ci abbia resi...
    Umani. O uniti.
    E non vedo più nemmeno quella notte.
    La notte che ci avrebbe fatto da favola, per il resto dei nostri giorni.
    Non c'è. Scomparsa.
    Come la nostra ingobile speranza, riposta in delle fredde carte.
     
     
    October 13

    Baci, my home.

    Ci sono tante di quelle persone, in questo mondo! Ce ne sono così tante che mi fanno male le mani al solo pensare di scriverle tutte!
    Noi, da bravi piccoli ignoranti, ne percepiamo meno la metà. Entra in una stazione dei treni! Guarda quanti colori, quanti visi, quante espressioni... Quante valige!!!
    C'è chi corre a passo svelto e chi cammina tranquillo, pranzando.
    C'è anche chi aspetta, alla stazione. Non solo il treno.
    C'è anche chi desidera, alla stazione. C'è chi desidera sparire, chi desidera amare o chi più semplicemente non vedel'ora di tornarsene a casa.
    A me, la stazione, mette tanta tristezza. Mi sento come un fantasma. Invisibile, con la mia borsa e la mia musica.
    Mentre guardo le scritte luminose, che scompaiono una dopo l'altra, mi batte forte il cuore.
    Alzo il volume della musica e, continuo ad aspettare.
    E' in ritardo, quel cavolo di treno. Tanto per cambiare.
    Tento di distogliere lo sguardo, provo a riflettere fissando il pavimento ma ogni volta una sagoma nera fa accelerare il battto. Non riesco a tenere fermi gli occhi.
    Quelle che dovrebbero essere colombe un pò sporche e malaticce, mi camminano vicino ai piedi guardandomi con i loro occhietti vitrei.
    Anche io ho fame, mia piccola creaturina immonda.
    L'unica cosa che ho con me è acqua ma, più bevo più mi si secca la gola. Più mi si prosciugano le parole. Brucia.
    Accanto a me le persone passano. Con loro, le loro vite.
    Le guardo dirigersi verso l'uscita, sparire nell'accecante fascio di luce. La mia città.
    Cos... Cosa ci fai tu qui? Sei uscito da quella luce, come il ricordo di un demone. Cammini piano, anche tu con la tua borsa e la tua musica. Ti volti leggermente.
    Io, mi giro di scatto lasciando che i miei capelli lunghi coprano il viso. Non mi guardare.
    Sento il cuore che batte a mille. Non ce la faccio! Mi stacco dalla parete metallica e, scappo. Mi rifugio dietro quello stesso cartellone.
    Avevamo un appuntamento? Non ricordo.
    Quanto tempo può essere passato? Un secondo? Due? Credo di aver sentito la stessa canzone per una decina di volte, in quegli attimi.
    Finalmente, l'annuncio. Lo sento, ho abbassato il volume per poter percepire l'allontanarsi (o l'avvicinarsi) dei tuoi passi.
    Corro, come se mancassero pochi minuti alla mia partenza.
    Eccolo laggiù il mio treno, la mia salvezza.
    Mi batte ancora forte il cuore.
    Salgo gli scalini e mi siedo sulla prima poltroncina che mi sembra pulita. Solo apparenza.
    Respiro più forte, a ritmo con il mio cuore che, intanto, brucia.
    Sono scappata. Questa volta, mi sono salvata.
     
    October 03

    Tu lo "odi", io lo adoro. Speriamo di essere (anche noi) stupendamente in tre!

    Vorrei vivere in tre.
    Tre anime sole
    in un mondo di colori.
    Vorrei vivere di attimi,
    mangiati
    dalla macchina per cucire.
    Correre tra realtà e sogno,
    dormendo su
    nuvole rosa di zucchero.
    Vorrei vivere in tre,
    per poi ritrovarti
    in quelle strade
    piene,
    di luci e sapori.
    Quel mondo surreale
    oggi
    è il mio sogno.
    Quel mondo lontano
    spero sarà
    il nostro futuro.
    Vorrei vivere li.
    In tre, vivere li.
     
     
     
    October 02

    Mi è presa così, all'improvviso.

    Vorrei vivere in un mondo solo.
    Vorrei vivere in un mondo dove siamo tutti diversi.
    Vorrei vivere in un mondo dove c'è un'accortezza particolare per i sentimenti della gente. Dove c'è quella cortesia calma e dolce che ti fa sentire sempre a tuo agio.
    Vorrei poter imparare e vedere quei gesti. Ma sono già dentro di me che, aspettano pazienti. Aspettano il loro turno.
    Vorrei vivere in un mondo dove abbracciarti e piangere non è un crimine. Piangere con te e non per lui.
    Vorrei vivere in quel mondo che ci fa brillare gli occhi. Quello che ci fa piangere, anche se ne scorgiamo solo un pezzettino.
    Vorrei vivere in quel mondo che esiste, anche fuori dalla mia fantasia.
    Vorrei, così tanti 'Vorrei' da riempirci il mondo!
    Vorrei vivere con te, ogni giorno per risplendere e assorbire il tuo modo di vivere la vita.
    Vorrei vivere e ridere e correre e comportarmi in quel modo particolare, quei gesti delicati e leggeri.
    Vorrei poter sorridere per la goccia di pioggia che mi cade sul naso e, correrti in contro appena ti vedo da lontano.
    Vorrei quella città che mi fa urlare e... Quelle luci che, come dici tu, sono così soffocanti!
    Vorrei vivere li.
     
    E mentre scendevo dalla macchina, le chiavi in una mano e la spesa nell'altra, ascoltando una canzone...
    Potevo morire, sai? Salendo le scale ho messo male un piede. Stavo per cadere.
    Mi sono immaginata il mio corpo disteso, nel sangue, con la testa completamente aperta. Non era un bello spettacolo.
    E poi tu! Tu, e le tue cose!
    Mi hai fatta piangere un'altra volta.
    Da sola...
    Ma non come sempre... Quando piango in silenzio, sembra ancora più pesante.
    Non c'è nessuno ora, in casa.
    Ho urlato, e porca puttana se ho urlato!
    Grazie.
     
    Ancora prima:
    mentre tornavo a casa. Ho pensato a sabato.
    Se avessi pianto, lei sarebbe corsa da me. Non voglio lei. Voglio te.
    Lui, non avrebbe capito. Non posso. Ha paura ed io, ho troppa paura che lui abbia paura.
    Ma tu, come l'altro ieri, mi avresti abbracciata. Stavo per piangere sai?
    Sono tutta una lacrima, di questi tempi. Ma non sono triste, non sono felice, non sono neanche indifferente! Allora cosa cavolo sono???
    E' tutta colpa di un libro! Ancora, un mondo di parole, mi fa esplodere.
    Vorrei un pezzetto di te, grazie.
    Vorrei anche un pezzetto di nuvole. E una brioches calda, con l'uvetta.
     

    Dedicata a te, che scappi sempre!

    Sei felice?
    Io sono felice che tu sei felice.
    Hai bisogno di un pò di calma.
    Cambierai, e devi crescere...
    Più di me.
    Ci siamo noi, qui.
    Ci sono io qui, tu sorridi.
    September 28

    Colorami le mani.

    Mi ricordo, di quegli ultimi giorni d'estate, quando ci incontrammo la prima volta.

    Eri semplicemente sdraiato nel prato, con le braccia dietro la testa e il cappellino sugli occhi per ripararti dal sole.

    Io ceravo fotografie. Cioè, ero in uno dei miei periodi di continua ricerca di paesaggi e persone che mi ispirassero qualcosa. Che fosse tristezza o felicità, chaos o armonia, non mi importava. Bastava fosse intenso.

    Accanto a te c'erano delle strane valige nere. Li per li non me ne accorsi. Ci inciampai goffamente sopra, facendole cadere come le tessere del domino.

    La mia macchina fotografica rotolò chissà dove e, facendo ancora più rumore nel rialzarmi, ti svegliasti.

    Quasi, saltasti in piedi per lo spavento! Dovevano essere molte ore che dormivi li... La tua faccia era abbronzata per metà, con i capelli schiacciati dalla forma delle mani.

    "Scusami!" dissi io imbarazzata.

    Tu dicesti, sorridendo "Tranquilla. Prima o poi mi sarei dovuto svegliare, non credi?"

    Dalle tue labbra uscì una risata limpida. Ripreso fiato, mi facesti segno di sedermi.

    L'erba era calda e morbida, come la sabbia al mare. In quel periodo dell'anno ti arriva quasi a metà polpaccio.

    Proprio dall'erba, facesti sbucare la mia macchina fotografica. Invece di porgermela la accendesti, scattando foto a caso.

    "Fermati! Non ho tutte foto da buttar via, io!" Dissi tendendo affannosamente le mani nel tentativo di recuperare la fotocamera.

    "E calmati un po! Non è forse una di quelle fotocamere ultimo modello, questa? Puoi sempre cancellarle, scema!"

    Mi scattasti una foto, abbagliandomi con il flash.

    "Haha!" La tua risata limpida risuonò nell'aria. O forse era solo una mia impressione. "Ecco la tua scattafoto, contenta?"

    "Si" Bisbigliai io. Sono tutt'ora molto legata a quella macchina fotografica. Mel'hai regalata tu.

    Ti avvicinasti ad una delle valige nere.

    "Cos'è?" Chiesi.

    "Ti va di sentire un pò di musica?" Rispondesti tu, ignorando la mia domanda.

    "Mh, va bene" Ero troppo curiosa per rifiutare!

    Apristi la valigia dalla forma più strana, tirandone fuori una chitarra. Bellissima. Lucida.

    Cominciasti a suonare una melodia calma e dolce, molto melodica.

    Cantavi.

    "Colorami le mani di rosso, come il tuo sangue. Colorami gli occhi d'azzurro, come il mare. Colorami l'anima dell'arcobaleno dei tuoi baci.

    Non voglio lasciarti mai..."

    Presa, da una forza invisibile, cominciai a scattarti foto su foto.

     Colorami le mani.

    Il vento ti accarezzava i capelli.

     Colorami gli occhi.

    Il sole si rifletteva sulla tua chitarra lucida di specchio.

     Colorami l'anima.

    Cantando, sorridevi.

    Resterò sempre con te. 

    Di colpo, si alzò il vento. La terra arida dell'estate mi entrò negli occhi, facendomi barcollare. Le lacrime miste alla terra/sabbia rigarono le mie guance.

    La macchina fotografica sparì di nuovo nel folto dell'erba.

    Riacquistata la vista mi accorsi che, come per magia, eri sparito portando con te le valige, il bel tempo e il venticello tiepido che all'inizio della giornata mi aveva convita ad uscire.

    Mi ci vollero delle ore per ritrovare la macchina fotografica. Ci avrei messo molto di più ma, la pioggerellina fredda che cominciava a cadere mi aveva convinta a sbrigarmi.

    Passarono gli anni e, dopo quel giorno, non ti ho più rivisto.

    Mi sposai, con la speranza che tu piombassi nella chiesa - come nei vecchi film americani- gridando 'IO mi oppongo!'.

    Mi trasferii in un'altra terra, lontana da quel prato dove tu cantavi.

    Arrivata nella nuova dimora, con marito e bambini al seguito, cercai disperatamente le foto di quella giornata nei miei album.

    Scomparse. Come te.

    Ritrovai, però, la mia vecchia macchina fotografica. C'erano ancora i segni della caduta violenta di quella volta.

    Ancora, come per incanto, mi tornò la voglia di persone e paesaggi. Dopo tanti anni di digiuno, non potevo certo tirarmi in dietro!

    Il paese dove abitavo era un misto tra alta tecnologia e tradizione. Dall'eccesso di maxischermi, si passava ripidamente alle case tradizionali di legno in aperta campagna. Fu molto difficile trovare un paesaggio adatto per le foto che avevo in mente.

    di gente, invece, cen'era a bizzeffe e di tutti i tipi. Il difficile fu convincere i passanti che non ero una maniaca psicopatica, ma soltanto una fotografa in cerca di soggetti.

    Decisi, in fine, di inoltrarmi nella campagna. Oltre l'ultima fila di case del quartiere.

    Parecchio nell'interno trovai una scorcio che somigliava molto a quel prato. Scattai un paio di foto e, abbassando l'obbiettivo, ti vidi.

    Seduto sulla sponda di un ruscelletto, all'ombra di un ciliegio in fiore, con la chitarra in mano e le valige nere intorno.

    Suonavi.

    Cantavi.

    Non eri cambiato neanche un pò in tutti quegli anni. La cosa avrebbe dovuto spaventarmi ma, al suono della tua dolce melodia, una strana sicurezza mi pervase anima e corpo.

    Mi avvicinai.

     Sono tornato per restare con te.

    Rimasi immobile ad ascoltarti. Non emisi un fiato fino a che la canzone non fu finita. Ti girasti verso di me, sorridendo.

    "Guarda nel ruscello" Bisbigliasti, suadente. Come se io, e solo io dovessi percepire la sfumatura di quelle parole.

    Un passo.

    "Più vicino" dicesti.

    Un'altro passo.

    "Ancora più vicino"

    Mentre mi avvicinavo sempre più, sentivo come se tutti quegli anni non fossero mai passati. Mi sentivo piena di vita.

    Non mi facevano più male le gambe per la lunga camminata che avevo fatto.

    La macchina fotografica cadde a terra. Non si spense.

    Finalmente fui abbastanza vicina al ruscello da potermi specchiare nell'acqua.

    Vidi una donna adulta, matura. Forgiata dagli anni e dai sentimenti che mi guardava, fiera.

    "Chi è?" Ti chiesi.

    "Guarda ancora" Rispondesti.

    Rivolsi lo sguardo ancora verso il riflesso. Il mio respiro increspò l'acqua.

    Cambiò immagine.

    Ora, non vedevo più una donna adulta. Li, nell'acqua c'era una ragazza -più o meno sulla trentina - che mi guardava sorridente.

    "Chi è?" Ti chiesi.

    "Guarda meglio" Rispondesti.

    Rivolsi nuovamente lo sguardo verso la superficie dell'acqua.

    Al posto della ragazza, c'era ora una bambina. O... Non proprio una bambina, una ragazzetta.

    Negli occhi le si leggeva la voglia di vivere. Negli occhi le si leggeva l'amore. Sorrideva con una forsa incredibile.

    "Chi è?" Ti chiesi.

    "Sei tu" Rispondesti.

    Una risata fragorosa riempì l'aria.

    Mi voltai verso di te e cominciammo a correre, allontanandoci sempre più, diretti verso un'orizzonte che sembrava infinito.

    La campagna era diventata prato. Il fiume, strada. Le valige nere, farfalle. La tua musica, la chitarra e il ciliegio, nuvole.

    Per terra, era rimasta la macchina fotografica. Accesa.

    Poco prima, mentre avevo mollato la presa facendola cadere per terra, la piccola macchinetta era riuscita a scattare una foto: senza flash, molto mossa.

    Quasi, non si distinguevano i soggetti.

    Sullo sfondo, qualcosa di rosso.

    Molto probabilmente, sangue. 

     
     
     

    Meme <3

    Ed io,
    non ti aspetto più!
    Correndo da sola
    ho capito che
    la vita è molto più bella se
    non ci sei tu accanto a me.
    E non buttarti giù
    io son sempre qui
    che corro:
    parallele le nostre vie.
    Così vicine da non ticcarsi mai!
    Che sollievo
    non sentire il tuo respiro!
    Che sollievo
    non vedere il tuo profumo!
    Che senzazione fantastica è
    non percepire più
    la tua presenza
    accanto a me.
    Ed io che,
    non ti aspetto più
    corro da sola
    ma
    non sono più sicura che
    la vita sia così bella
    senza te.
    Ingannevole armonia,
    che tristezza e felicità
    da sempre spazzi via!
    Compare in me la speranza che,
    forse un giorno tornerò da te.
    Forse un giorno riuscirò
    a non pensare più:
    nel passato non puoi vivere!
    Nel futuro non puoi vivere!
    Nel presente...
    Devi sparire.
    Dopo il silenzio
    ci sono io.
    Certezza dopo dubbio
    torno a vivere nel mio mondo
    con la mia gente
    che sa come
    farti vivere.
    Passata la tempesta,
    in me torna il sole
    perchè...
    Io,
    non ti aspetto più!
    Corro da sola
    con così tanto zucchero per me
    sono certa che
    la vita è molto più bella se
    non ci sei tu accanto a me.
    E non mi butto giù,
    ma non sogno più,
    vedo solo le nostre vie:
    così vicine da non ticcarsi mai
    Così vicine che
    spero non si tocchino mai.
     
     
     
     
     
    September 26

    Pubblicità, chissà perchè...

    "In bocca al lupo perchè questo nuovo anno sia ricco di entusiasmo.
    Perchè i grandi pensatori, i poeti, gli scienziati che incontrerai sui libri appassionino il tuo cuore anzichè annoiare i tuoi pomeriggi di studio.
    Perchè la curiosità vinca sempre sulla pigrizia.
    E l'impegno e la fantasia abbiano la meglio sulla mediocrità e la rassegnazione."
     
     
    Scritte insieme ad un'insulsa pubblicità. A frasi così, dovremmo dare molta più importanza invece di appiccicarle accanto a inutili messaggi propagandistici.
    L'unico risultato che ci si può auspicare, è che il tutto venga scaraventato direttamente nel cestino. E se siamo fortunati, nel cestino della carta. Almeno il mondo rimane pulito... Più o meno.
    Troppa foga, in questi giorni. Troppa fretta e troppo poco tempo per starti vicina. Per starVI vicina.
    Che tempo è questo? Fa freddo e tutti sono troppo presi dalle loro cose, per fermarsi ad aspettare la neve.
    Ed io, che ruolo ho in tutto questo? Cavolo, è un periodo che ho paura di tutto. Invece di prendere (in tutti i sensi) le occasioni al volo, mi lascio frenare da uno spasmotico senso di terrore. Agghiacciante, terrore. Da dove viene, poi, non sò.
    E dopo averLO rivisto, mi posso aspettare di tutto. Oscenità tra odori e sapori nauseabondi.
    Oltre a tutto questo, mi è ritornata in mente una vecchia fissa, una vecchia domanda. In passato, non c'era un momento nel quale non mi confrontassi con quella domanda.
    E' tornata. Per poco, eh. Qualcosa del tipo... Un nanosecondo. Però, chissà perchè, è bastato per mandarmi in subbuglio stomaco e cervello.
    Mi sembrava così bello! E passava un venticello freddo freddo... Una sensazione davvero piacevole.
    Poi, ho guardato giù. Li sotto c'è una bella chiazza scura, sembra quasi un laghetto.
    Ma non è bagnata, non è profonda. E' asciutta e piatta. Così bella.
    E in quel preciso istante, mentre l'aria fresca e l'immagine della chiazza si incrociavano, è tornata.
    Ho chiuso la persianae mi sono seduta ai piedi del letto.
    Ho pianto. Tanto. E con la casa vuota, ho urlato in mille modi quella domanda.
    "Che succederebbe se, mi gettassi dalla finestra di camera mia?"
    Da piccola, guardando fuori dalla finestra verso l'argine, bramavo quella sensazione. Vedevo correre Cani e padroni lungo le sponde di quel che -ingenuamente- mi sembrava acqua.
    E questa sera, se non sentirò la tua voce, mi addormenterò cullata dai miei ricordi e dall'asfalto sotto la mia finestra.
     
    Tutto questo, per una frase scritta su una lettera di pubblicità. Devo essere proprio scema.