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日志


4月29日

Miyuko's song - (3)

Le giornate di pioggia sono le mie preferite. Sono le giornate in cui tutti sono occupati a guardare il cielo che piange, le giornate in cui ti senti tanto giù… E speri che non troni mai più il sole.

Era stata una mattinata stressante. M’ero impegnata anch’io nel guardare la pioggia. Nel mentre, a differenza dei miei compagni di classe, prendevo appunti.

Al suono della ricreazione i miei compagni s’alzarono di scatto, dirigendosi come una mandria di bestie verso il corridoio per godersi il loro meritato quarto d’ora di riposo.

Io, con la mia inflessibile calma, presi le mie cose ed il registro e mi diressi a passi cadenzati verso l’aula della lezione successiva.

Trovai un paio di minuti per andare al bagno. Al mio ritorno trovai una mia compagna a frugare nella mia borsa. Tirò fuori il mio portafogli, prese un paio di monete, lo richiuse e disse ad una sua amica: “Hei, Gen, mi accompagneresti alle macchinette? Ho ancora fame!”

Se ne andarono allegramente lanciando il mio portafogli per terra.

Non importa. Mi dissi io. Abbozzai un sorriso e rimisi tutto in ordine.

Cominciò la lezione e le mie due compagne tornarono di corsa sgranocchiando l’ultima patatina dal pacchetto.

“ Ad un punto sul Alfa uno, corrisponderà sicuramente un punto su Alfa due. Per trovarlo dovete tracciare sempl…”

Il professore spiegava ma, sembrava che tutti tranne me fossero occupati in qualcosa di più bello. Qualcosa che fosse molto più degno di nota d’una stupida lezione in un giorno di pioggia.

La custode aprì la porta, come se nulla fosse interruppe la lezione per chiamarmi fuori.

Il professore mi fece cenno di uscire. Seguii la donna che mi porse un pacchetto di fogli da consegnare in presidenza.

Accettai di fare la facchina senza controbattere ne sospirare o quant’altro fa una persona scocciata del compito che le è appena stato assegnato.

Scesi le scale fingendomi un fantasma. A metà della seconda rampa cominciai a riflettere su quello che stavo facendo. Due scalini dopo me l’ero già scordata.

Mi domando se esista un’altra persona come me, mi chiedevo. Mi domando se esiste un’altra persona che va in giro con la morte in tasca.

Arrivata nel pianerottolo urtai l’altra metà della mia classe di ritorno dalla “pausa sigaretta”. Mentre scendevo le scale, ricevetti un paio di spallate e uno sgambetto che riuscii a schivare per miracolo ma, nonostante questo, continuai a comportarmi da fantasma e loro a trattarmi come tale.

Ridevano, scherzavano. Non riuscivo a capire se erano solo miraggi o persone che realmente conoscevo e vivevano una vita propria e autonoma. Non capivo se respiravano di propria volontà o se aspettavano che fossi io a stringergli con forza il collo per farli smettere.

Consegnai i fogli, feci retrofront e cominciai a salire di nuovo le tre rampe di scale che mi separavano dalla classe.

Mentre salivo, incrociai un ragazzo che conoscevo di vista. Non c’avevo mai parlato e non conosco tutt’ora il suo nome. Però lo conoscevo di vista. Le mie compagne parlavano spesso di lui. Della sua ragazza, soprattutto. I due erano mano nella mano. Lei ridacchiava, credo, e lui sorrideva. Credo.

Mi domando se incontrerò mai qualcuno con la morte negli occhi, mi chiesi.

Mi domando se esiste davvero qualcuno con la morte nel cuore.

Ritornata in classe notai che il professore aveva incominciato ad interrogare.

Ritornata al mio posto, presi la penna per terminare di scrivere gli appunti. Non c’era la mina. Aprii una tasca nello zaino in cerca del portamine. Finite.

Presi un lapis dall’astuccio e mi misi a scrivere.

Smise di piovere.

“Hem, bè, le rette si fanno da, hem, qui a qui(?) e…”

Poteva almeno ascoltare. Pensai. Invece di ciabattare sempre e ignorarmi, poteva anche ascoltare la lezione.

Cominciai a piovere. L’inchiostro sulla pagina cominciò a colare via, insieme alla mia pioggia.

Piangevo. Da prima in silenzio, poi pian piano sempre più forte fino a che non mi cadde la penna di mano.

Cessò l’interrogazione, cessò il chiacchiericcio, cessò ogni rumore intorno a me e ogni creatura finse d’essere morta per far percepire solo le urla del mio pianto.

La mia compagna di banco si avvicinò.

“ C…, che hai? Su, non piangere, va tutto bene. Ci sono io. Non piangere più.”

Mi misi le mani nei capelli e, come se stessi pronunciano le parole col mio ultimo respiro, le bisbigliai: “ Non chiamarmi per nome.”

“Come?”

“ Sei sorda? Non chiamarmi per nome.” Dalla mia bocca usciva veleno, dai miei occhi si disperdeva il mare, nella mia testa si scatenava il caos.

Cominciai a piangere urlando. Tremavo, senza volerlo il mio corpo si stava ribellando insieme alla mia testa. Anche loro piangevano con me.

Dal niente cominciai a parlare, un po’ per foga un po’ per scaraventare contro quella gente le onde della mia anima.

“ Mi dici che sei qui, ma che senso ha ignorarmi?  Perchè prendete le mie cose, i miei soldi e frugate nella mia roba senza chiedere il permesso? Perché se qualcuno mi urta e quasi m’ammazza per le scale, non mi deve chiedere scusa? Perché?! Perché devo fare io il lavoro della custode? Perché non vi potete prendere gli appunti da soli invece di rubare i miei?! Questo proprio non lo capisco!”

Mi mancava l’aria, la testa mi scoppiava, ma le lacrime non volevano smettere di cadere.

Senza volerlo ansimavo e tremavo, e il non poter controllare i miei movimenti mi faceva piangere ancora di più.

Le persone intorno a me mi chiamavano e tentavano di rassicurarmi, ma io continuavo a piangere.

Tutto quel piangere mi prosciugava l’anima, mi privava anche dell’ultimo brandello di vita che m’era rimasta in corpo. M’addormentai.

Mi risvegliai, non so quanto tempo dopo ( forse un paio d’ore o forse un paio di giorni ), e mi ritrovai a casa mia, nel mio letto con la stanza piena di fiori e di persone che, bisbigliando scrivevano nei miei quaderni, coloravano poster e rimettevano in ordine la camera.

Quella che era la mia compagna di banco, si accorse che avevo aperto gli occhi e mi disse:

“ Buon giorno!”

Con un sorriso raggiante mi aiutò a tirarmi su. Mi porse un bicchiere d’acqua dicendomi di bere.

Come se avesse preso coraggio, un altro dei miei compagni mi disse:

“ Come ti senti oggi?”

Nella stanza entrò un flebile raggio di sole.

Abbassai la testa e cominciai a piovere.

“ Che carina, s’è commossa!” disse un’altra ragazza.

La mia compagna di banco mi alzò il viso e m’asciugò le lacrime. Mi diede una dolce carezza sulla guancia e disse:

“ Ora va meglio…”

Piano s’allontanò per lasciar sorgere agli altri il mio viso provato ma senza lacrime.

La fissai negli occhi. Fissai ognuno di loro, uno dopo l’altro li scrutai più in profondità che potei.

Guardai il mio riflesso nel bicchiere: vidi la morte nei miei occhi.

E, come se fosse il mio ultimo respiro, bisbigliai:

“ Ipocrisia…”

Lasciai che il mio sussurro riempisse la stanza, lasciai che riecheggiasse nelle pareti e che tutti quei fiori appassissero al contatto con la sua onda.

Ipocrisia.

Le lacrime rincominciarono a scendere, forti.

评论 (1)

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La betty发表:
o questa?? dandò t escono ste cose a te?!! bello..banale,una giapponesata ma bello.Mi piage il paragone del pianto con la piioggia... e cominciai a piovere...bello te la rubo.:P
6 月 20 日

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